Resoconto della giornata di studio

"Uni(di) versité 4a edizione - QUALI PROGETTI PER LA CITTA?"
Le classi medie, protagoniste del cambiamento sociale nella città?


Il secondo appuntamento della manifestazione Uni(di) versité organizzato in collaborazione con il Consiglio italiano per le Scienze Sociali si è tenuto a Torino l'11 gennaio 2008. Mentre il primo seminario, tenutosi sempre a Torino il 7 dicembre 2007, era focalizzato su pianificazione strategica delle città e globalizzazione, in questo secondo incontro si è discusso del cambiamento sociale nelle città e del ruolo in esso giocato dalle classi medie. Ha aperto il confronto Arnaldo Bagnasco, professore di Sociologia all'Università di Torino e vice presidente del CSS, che ha introdotto il tema chiarendone le principali coordinate. Sono seguite le relazioni di esperti italiani e francesi, focalizzate su aspetti particolari della questione.

Bagnasco dà il via ai lavori richiamando con un'immagine i mutamenti vissuti dalla città di Torino dal '900 ad oggi: dalla fabbrica al grattacielo. Dall'aspetto di città-fabbrica fordista agli attuali dibattiti sulla costruzione del grattacielo del gruppo Intesa-San Paolo, la città è stata oggetto di modificazioni urbanistiche, segno di profondi cambiamenti del tessuto sociale: se il ridimensionamento delle fabbriche tende a ridurre gli operai in città, i grattacieli tendono a riempirla di classe medie. Questo porta a riflettere sul ruolo che tali classi giocano nell'organizzazione sociale della città, e prima ancora ad una seppur parziale loro definizione: che cosa sono le classi medie? Il concetto è molto utilizzato, ma non è mai stato completamente chiarito. Molti sociologi guardano alla società di fine '900 come una società di classi medie, ad esempio Mendras parla di moyennisation e di una popolazione a forma di cipolla, con un grande centro ed estremi ridotti. D'altro lato, una larga percentuale di cittadini dei paesi sviluppati si dichiara di classe media: in una ricerca ad esempio ben il 90% dei giapponesi. Questo dato può essere una guida verso una definizione generale: si sente di classe media chi, quando si confronta con altri, ritiene di aver acquisito una piena cittadinanza sociale, sente di rientrare, cioè, in una posizione intermedia nella scala dei redditi, dei consumi, etc… La diffusione di questo senso di inclusione è stato favorito dai grandi cambiamenti sociali del secondo dopoguerra, che hanno garantito una crescita economica sostenuta, l'estensione dei vantaggi tra i cittadini, una buona tenuta democratica. In quest'ottica, l'attuale crisi delle classi medie assume un significato particolare: non si tratta solo dell'impoverimento di una parte della società, ma del venir meno dei contratti sociali del dopoguerra, non ancora adeguatamente sostituiti. Nello studiare tali cambiamenti i sociologi non sono oggi ancora ben attrezzati. Un punto fermo è la consapevolezza di dover confrontare l'intreccio fra le posizioni degli individui sul mercato (ovvero la classe) e le condizioni di status e gli stili di vita (o più propriamente il ceto). Inoltre, al centro della scala sociale è possibile rilevare strategie di apertura come di chiusura: dai piccoli imprenditori del Nord Est ai "topi nel formaggio" di Sylos Labini. Le classi medie, dunque, non costituiscono una nuova classe sociale, bensì una "nebulosa" in cui si intrecciano dimensioni economiche, culturali e politiche, che a seconda di come si configurano possono avere un pesante impatto sullo sviluppo economico e sociale: guardarvi dentro permette di capire meglio alcuni elementi caratterizzanti le attuali società. In una tale molteplicità di dimensioni può essere opportuno immaginare programmi di ricerca articolati, con più vie di accesso al tema e integrabili nei risultati. Un programma promosso dal CSS vede la collaborazione fra ricercatori delle Università di Torino, Milano Statale, Università della Valle d'Aosta, Bologna e Politecnico di Milano. Coordinato da Bagnasco stesso, il programma di ricerca prevede ad oggi cinque vie di accesso: la ricostruzione del discorso pubblico sulla questione del ceto medio, le tappe di ingresso nella vita adulta, il lavoro autonomo, i modelli di consumo e infine la formazione di un ceto medio immigrato (per approfondimenti, www.consiglioscienzesociali.org nella sezione Attività).

Jean François Chauvard
, directeur des études per l'epoca moderna e contemporanea presso L'École française de Rome, presenta una panoramica degli studi su classi medie e cambiamento sociale nella città che muovono da una prospettiva storica. Chauvard ricorda come gli storici abbiano iniziato a studiare le classi medie solo intorno agli anni Ottanta, in quanto prima l'esistenza stessa della categoria era messa in discussione dalla visione marxista dominante. Questa mancanza, però, ha fatto si che la disciplina facesse ampio riferimento ai precedenti studi sociologici sul tema, aumentando la sensibilità degli storici nel cogliere le strette connessioni tra le classi medie e i più generali equilibri socio-economici. Si è guardato a tali classi nel loro supporto alle istituzioni, e quindi come fattore di stabilizzazione, ma anche come spazio in cui percorsi ascendenti e discendenti di mobilità sociale si incontrano, e quindi sottolineando la loro eterogeneità. Per quanto riguarda la riorganizzazione sociale delle città, sono in particolare le analisi dei cambiamenti nell'abitare che hanno permesso di studiare le classi medie in azione: esse sono stati agenti attivi nella scelta della casa, in relazione ai servizi pubblici e privati a cui avrebbero potuto avere accesso in base alla residenza, e hanno nel contempo alzato barriere per difendere dal ceto popolare i luoghi "colonizzati". In proposito un tema particolarmente attuale è la crescita dei prezzi delle case, che combinata alle strategie residenziali delle classi medie ha avuto una serie concatenata di conseguenze sulla riorganizzazione del territorio, sulla strutturazione delle disuguaglianze e sulla loro percezione. In particolare, siccome la casa è stata al centro delle strategie di promozione sociale, e quindi al centro dell'identità del ceto medio, gli attuali problemi nell'acquisto di un'abitazione possono essere vissuti dalle classi medie come la distruzione di equilibri e diritti precedentemente acquisiti.

Marco Oberti, maitre de conférences in Sociologia presso Sciences Po a Parigi, presenta alcune riflessioni inerenti i suoi studi sulla mixité sociale nella metropoli parigina, sottolineando come in passato interpretazioni inadatte abbiano riportato un'idea di tendenza alla segregazione urbana da parte delle classi medie che non corrisponde alla realtà. Quadri interpretativi come la dualizzazione della città, la gentrification, la segregazione dei ceti popolari, la moyennisation dello spazio urbano, la dominanza e distinzione nell'abitare non spiegano alcuni dati empirici rilevati sul territorio parigino. Innanzitutto, l'intensità della segregazione è più alta nei quartieri ricchi abitati dai ceti superiori, mentre gli spazi moyen melangés sono i più numerosi e vi vive ben il 45% della popolazione dell'area metropolitana. Se la modalità più comune è la coabitazione in spazi misti, perché dunque, si chiede Oberti, si parla soprattutto di segregazione? Una delle risposte potrebbe trovarsi nella scarsità di analisi empiriche recenti sul tema, a cui il gruppo di studio coordinato da Oberti sta cercando di sopperire. I primi risultati hanno evidenziato importanti sfaccettature del fenomeno della coabitazione in spazi misti: ad esempio, non è vero che le classi medie non vogliano più abitare con le classi popolari, mentre è vero che vogliono evitare di abitare in zone degradate, dove è più elevata la quota di classi popolari rispetto ai ceti superiori. Anche in merito alle scelte scolastiche, le classi medie non rifiutano tanto la mixité, quanto la segregazione, e le loro strategie più che di chiusura verso il basso sono spesso rivolte ad acquisire competitività rispetto ai ceti superiori. A questi temi si collega un interrogativo riguardante la costruzione delle classi medie nel discorso pubblico. Negli ultimi venti anni si parla di mixité fra classi medie e classi popolari, mentre non vengono mai coinvolti i ceti superiori. Sarebbe utile immaginare analisi empiriche di sociologia politica atte a capire come si sia potuto accettare e condividere un progetto politico che richiede e dà colpa della –mancata- mixité solo alle classi medie, e lascia fuori dal gioco quelle superiori. Da dove nasce questa rielaborazione politica e ideologica del modello di integrazione francese?

Bruno Cousin, dottorando in Sociologia presso l'Observatoire sociologique du changement e insegnante a Sciences Po a Parigi, presenta alcuni risultati della sua analisi sulla segregazione delle classi superiori comparando la situazione parigina a quella milanese. Cousin ha riproposto per Milano uno studio della mixité per quartieri comparabile con quella condotta a Parigi da Préteceille: in una prima analisi descrittiva, le classi superiori a Milano risultano generalmente meno segregate rispetto a Parigi. In entrambe le città Cousin ha quindi scelto due quartieri ed è sceso etnograficamente sul territorio per approfondire il tipo di segregazione e i meccanismi messi in atto. Si tratta di quartieri rifondati, cioè nati da operazioni immobiliari su luoghi precedentemente industriali o popolari. Il "tipo ideale" di rapporto con lo spazio in essi osservato non è riconducibile né ai quadri interpretativi dell'imborghesimento, né a quelli della gentrification. La ricostruzione è avvenuta vicino a centri di affari, quindi è legata al recente fenomeno della terziarizzazione dell'economia, per cui il capitale degli abitanti è prevalentemente economico, ottenuto recentemente e non culturale come quello dei gentrifiers: invece di valorizzare o, come in certi casi, survalorizzare la tradizione, questi ceti superiori tendono a cancellarla e a superarla. Il loro principale obiettivo è la distinzione, il rifiuto della mixité sociale, la sensazione di condividere una corsa comune all'ascesa sociale. Cousin ha riscontrato alcune differenze fra Parigi e Milano. A Milano prevale l'idea di fare comunità tra chi non appartiene alla vecchia borghesia ma è asceso economicamente negli ultimi decenni, ha deciso di uscire dalla città per l'insicurezza e le paure derivanti in particolare dalle turbolenze politiche degli anni Settanta, vive un effetto coorte per cui ha forte consapevolezza di appartenere a un gruppo che partecipa ad una esperienza comune. A Parigi, invece, si può quasi scorgere il disegno di una strategia comune, per cui gli individui hanno una percezione condivisa della qualità dei quartieri e delle opportunità ad essi collegate in merito alla fruizione di servizi pubblici e privati, e scelgono il quartiere migliore fra quelli alla propria portata economica.

Thomas Pfirsch, dottorando in Sociologia presso l'Università Paris 10, si è invece dedicato a studiare il fenomeno della prossimità residenziale fra parenti, e presenta alcuni dati relativi alle sue analisi condotte in quartieri napoletani. Il fenomeno della prossimità residenziale è stato studiato soprattutto dal punto di vista culturale, e se rapportato alla dimensione dello spazio può servire a spiegare un aspetto della mixité nei quartieri urbani: figli che hanno compiuto percorsi di ascesa sociale rimangono ad abitare vicino ai genitori, e contribuiscono ad aumentare l'indice di eterogeneità sociale dei luoghi di residenza. L'analisi di Pfirsch non riguarda solo le classi medie, ma in occasione del seminario presenta due casi studio relativi agli spostamenti e alle scelte abitative di famiglie appartenenti al ceto medio. Lo studioso ha ricostruito i principali spostamenti residenziali delle famiglie del suo campione, mediante interviste a un individuo preso a riferimento e ad altri componenti del nucleo familiare, al fine di ricostruire anche i meccanismi decisionali alla base delle scelte abitative. I principali risultati riguardano il fatto che il modello culturale ricollegabile alla prossimità residenziale non elimina completamente gli spostamenti, ma li limita spazialmente. In particolare, il fenomeno della prossimità residenziale ha effetti differenti sulla mixité sociale a seconda del grado di attrattività degli spazi urbani.

Nicola Negri, professore di Sociologia economica presso l'Università di Torino, propone alcune riflessioni teoriche relative ad un'analisi in corso sulle transizioni alla vita adulta e il loro significato sociale. Per "transizione alla vita adulta" si intende quella sequenza di eventi che segna l'entrata degli individui alla vita adulta: la tipica sequenza in epoca fordista prevedeva la fine degli studi, la prima occupazione, il matrimonio, l'acquisto della prima casa, la nascita del primo figlio. Tale tipica sequenza è stata affiancata dalla diffusione del modello familiare definito del male breadwinner, dell'uomo portatore di reddito: una netta divisione del lavoro familiare, con il marito-padre impegnato sul mercato del lavoro e la moglie-madre dedita alla cura della famiglia. In epoca fordista, dunque, riconoscersi pienamente adulti significava aver compiuto alcuni passi: avere un lavoro, una casa, una famiglia con ruoli rigidamente definiti. Questo modello, tipico in modo forte fra gli impiegati di classe media, si è diffuso col tempo in tutti i livelli della società. L'ipotesi a cui sta lavorando Negri è che tale sequenza di eventi abbia assunto nel corso del Novecento la caratteristica di un rituale. Per rituale si intende, secondo la definizione di Durkheim, un complesso di azioni che ha come effetto emergente una produzione di simboli. In particolare, la transizione alla vita adulta in epoca fordista potrebbe essere letta come un rituale del self come persona secondo la definizione di Pizzorno, cioè atta a produrre simboli per farsi riconoscere dagli altri come persona razionale capace di essere soggetta a un ruolo. In altre parole, è possibile ipotizzare che nel corso del Novecento un individuo che diventava adulto adottando pienamente il modello del male breadwinner era impegnato in un rituale del self, cioè a sentirsi e a farsi riconoscere come un adulto pienamente integrato nella propria epoca. Le conseguenze di una tale ipotesi, se confermata, sarebbero molteplici. Innanzitutto, la crisi del ceto medio andrebbe differenziata in due componenti: specifiche classi medie sono effettivamente a rischio di impoverimento, ma esiste anche una crisi diffusa nella riproduzione del modello del male breadwinner, per cui si parla di difficoltà a mantenere uno stile di vita che si vorrebbe adottare. Sono due crisi differenti, di cui solo la prima è tipicamente di classe, e spesso vengono impropriamente confuse e sovrapposte. Inoltre, anche se le classi sociali continuano ad avere una valenza predittiva, cioè sono in grado di spiegare molte delle differenze in termini di standard di vita, l'attenzione pubblica è continuamente attratta dal ceto medio come idea di una società uniforme. Questo può essere spiegato col fatto che la cetomedizzazione come diffusione di un modello di vita di ceto medio non è in contrasto con il persistere delle disuguaglianze sociali: gli individui sono impegnati nel loro rituale del self, cercano di acquisire gli elementi che li connoteranno come ceto medio, ma ognuno secondo le proprie possibilità: ad esempio tutti cercheranno di avere una casa di proprietà, ma ogni casa avrà un valore differente, a seconda delle possibilità dei singoli individui.

A chiudere gli interventi, Fiorenzo Alfieri, assessore alla Cultura del Comune di Torino, si chiede se le politiche culturali delle città siano ancora pensate per il ceto medio, ripercorrendo con un suggestivo excursus storico le tappe della sua lunga carriera politica intrapresa negli anni Settanta. In quegli anni, in una città in cui era avvenuto il raddoppio della popolazione nell'arco di un decennio, la cultura era pensata per "formare cittadini migliori", per riaggregare i torinesi dopo tanti cambiamenti, nel contempo cercando di non diminuire il livello dell'offerta formativa mentre si cercava di raggiungere tutti. Si trattava di una cultura per le classi medie, nel momento storico della loro espansione. Oggi, dopo il processo di deindustrializzazione, si è trasformata l'ottica iniziale. La cultura non è solo diretta ad aggregare i cittadini, oggi peraltro molto più eterogenei di un tempo, ma anche a valorizzare il patrimonio culturale di Torino agli occhi esterni. La cultura è intesa anche come un prodotto che crea ricchezza: in epoca di globalizzazione, le buone iniziative culturali servono a comunicare al mondo la propria vivacità. La cultura contribuisce oggi sia a costituire un momento di crescita e di svago per i cittadini, sia ad attirare l'attenzione su Torino.

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