La Commissione CSS per il Governo delle Città al Salone del Libro Torino

Tavola rotonda Metropoli del XXI secolo - Sconfinamenti e reti

13 maggio 2010

Cosa significa la realtà metropolitana oggi? Che problemi istituzionali, politici e sociali pone? Quali sono le criticità e le eccellenze dell'Italia metropolitana?

Queste alcune delle domande a cui si è cercato di rispondere alla tavola rotonda su "Metropoli del XXI secolo - Sconfinamenti e reti" organizzata da CRIC (Coordinamento Riviste Italiane di Cultura) con la partecipazione della Commissione per il Governo delle Città del Consiglio italiano per le Scienze Sociali (CSS).

Le riviste hanno scelto di affrontare la questione metropolitana perché di grande attualità, ha spiegato Rosario Garra (Segretario generale del Cric) nell'introduzione ai lavori. Proprio per la loro attenzione al presente, infatti, le riviste svolgono un ruolo di mediazione tra libri e carta stampata. Il Coordinamento Riviste torna al Salone del Libro per salvaguardare questo ruolo, un ruolo che talvolta oggi rischia di sembrare invisibile, ma è ancora quanto mai necessario. E il Cric cerca di svolgerlo con fiducia. Ad esempio coinvolgendo i giovani in un laboratorio redazionale, come ha raccontato Valdo Spini (Direttore dei Quaderni del Circolo Rosselli e Presidente del Cric), oppure costituendo un consorzio per la vendita on-line dei numeri arretrati, combinando così vettori analogici e digitali. Le difficoltà tuttavia rimangono: dalla diminuzione dei contributi per le riviste culturali, all'aumento delle spese postali, passando per le scelte poco valorizzanti delle librerie. Nel confronto internazionale gli abbonati in Italia continuano a essere numerosi. Intorno alle riviste si crea un "volontariato culturale" di persone che si confrontano, un patrimonio prezioso, da non disperdere. Con la crisi culturale che stiamo affrontando, quindi, difendere le riviste ha valore generale per la collettività. L'obiettivo del Cric è costruire spazi di comunicazione e risonanza più ampi con il supporto tecnologico e sempre maggiore cooperazione. Anche intorno alla questione urbana, ha concluso Spini, sono nate possibilità di sinergie. I Quaderni negli ultimi numeri hanno curato approfondimenti su singole città, confrontandosi e collaborando con autori ed esperti diversi.

Alberto Papuzzi (La Stampa) apre la tavola rotonda sulle metropoli ricordando, come giornalista, che il tema è emerso negli anni '70 con l'istituzione dei Comprensori, istituzione di livello intermedio tra Comune e Provincia. Trent'anni dopo il problema urbano si presenta in parte con gli stessi interrogativi di allora, in parte con nuove proposte, tra cui quella delle aree metropolitane. Queste istituzioni aprono questioni relative da un lato alla loro definizione giuridica, dall'altro alla loro definizione politica - più o meno conflittuale con il livello delle amministrazioni provinciali. L'idea di area metropolitana cerca probabilmente di "catturare" la mobilità dei territori e delle città. Così per esempio nella vecchia Torino "company town", impostata sulla sua grande azienda automobilistica, la città coincideva il territorio comunale, ma il fenomeno della mobilità ne allargava i confini: gli operai pendolavano da Settimo, Venaria, Chieri, legando il comune con il suo intorno. L'area metropolitana è una risposta a questo tipo di processi? Per Papuzzi può rappresentare ed esprimere le reti su cui interagiscono fenomeni di mobilità e dimensione territoriale, reti intese sia come organizzazione del territorio sia come rapporti determinati dal traffico, dalle comunicazioni, dal pendolarismo.

Papuzzi chiede quindi a Guido Martinotti (Università di Milano-Bicocca e CSS) di illustrare le prospettive individuate dalla Sociologia urbana e dalla Commissione per il Governo delle città del Consiglio italiano per le Scienze Sociali. Martinotti aveva coordinato per il CSS la redazione di Libro bianco sulla trasformazione urbana uscito nel 1999[1]. In quel momento, come oggi, il concetto di città per il sociologo era maltrattato dal "tritacarne della politica italiana". Malgrado ciò, il ragionamento sulla necessità di definire la realtà metropolitana ha una lunga storia, che risale al Congresso di Limbiate del 1957. Voluto da circa cinquanta sindaci dell'intorno di Milano, il congresso portò alla creazione del PIM - Piano Intercomunale Milanese, progetto poi esteso - pur con esiti modesti - al piano torinese, bolognese e così via. Da allora sono state approvate due leggi e una riforma costituzionale che prevedevano l'istituzione delle aree metropolitane. Il risultato? Far coincidere l'area metropolitana con la città, definita su base provinciale: l'oggetto più nuovo e difficile da trattare è stato trasferito sull'istituzione più desueta e criticata. Questo risultato dipende anche dalla cultura politica italiana, secondo Martinotti. Ma come mai? Per il sociologo la spiegazione risiede nel fatto che l'oggetto "città" si è trasformato radicalmente. Nel 1938 Louis Wirth definì la città sulla base di tre variabili: grandezza, densità, eterogeneità[2]. Per mezzo secolo questa è stata la descrizione più intelligente di città. Oggi le città sono grandi, ma non sappiamo più tracciarne i confini, ne consegue che la densità - il rapporto tra popolazione e area - non si può misurare, e anche l'eterogeneità assume nuove forme, come le gated communities, non è più quella dei film di Charlie Chaplin o delle pagine di Georg Simmel. La cultura politica non ha capito come è cambiata la città: un core o centro urbano circondato da quello che Martinotti definisce meta-città, molto sparsa e quindi meno densa. Ma questa trasformazione ha importanti conseguenze, ad esempio sulla (in)efficienza dei trasporti. Occorre cambiare la dicotomia tra "modello pasoliniano" di città come comunità localistica definita dal c.d. "territorio" da un lato, e "città cattiva" che tutto fagocita dall'altro lato. Mentre negli anni ‘80 si creava lo sprawl, la risposta italiana è stata il ritorno alla campagna e la trasformazione è stata non governata, generando enormi villettopoli caratterizzate da estrema mobilità individuale con costi ecologici altissimi e isolamento per la diffusione di servizi a distanza. Con la televisione e poi internet, l'agorà entra nelle nostre case e viene svuotata. La situazione è drammatica, e il territorio sembra vendicarsi: si affermano conflitti, movimenti etnoregionalisti e separatezze. Il problema che la Commissione del CSS cerca di affondare è sgombrare le leve intellettuali dalle false definizioni. Urbanisti, geografi, giuristi e sociologi si stanno confrontando per individuare policies adeguate alle sfide del sistema urbano del Paese. Tra le tante: non cercare di tramutare la città in campagna, se non per fini estetici, ma semmai ridensificare la campagna, per ri-creare agorà.

Valdo Spini (Direttore Quaderni del Circolo Rosselli e Presidente Cric) ha ricordato che il Titolo V riformato prescriverebbe la costituzione di otto aree metropolitane, ma in realtà le città più importanti "si arrangiano" per conto loro, la nuova disposizione non viene di fatto applicata, mentre invece i principali Paesi europei si stanno preoccupando di predisporre iniziative adeguate alla dimensione metropolitana. La Francia ha costituito le Comunità urbane, in Germania ogni Lander è autonomo e ci sono diverse soluzioni, anche inter-Lander - come nel caso di Francoforte - in Gran Bretagna sono stati istituiti i Districts. In Italia la mancanza di autorità unitarie che amministrino l'area delle metropoli minaccia la capacità di programmare la vita di ciascuno di noi: in questo modo i singoli decisori locali sono autorizzati a non programmare razionalmente, ma piuttosto a creare una serie di attività indipendenti e sconnesse, se non addirittura motivo di contesa. Il caso di Firenze è emblematico: circa 190mila veicoli al giorno entrano in città perché moltissimi city users vivono fuori dal comune. Questo dato mostra che il livello del singolo comune fiorentino non è sufficiente per gestire la mobilità: occorre considerare unitamente l'intera piana, fino a Prato e Pistoia. Nella conca di Firenze però ogni città costruisce il suo piano senza coordinarsi. Il numero dei Quaderni presentato alla tavola rotonda si interroga quindi sui modi per rincorrere con un'amministrazione appropriata il fenomeno sul territorio. I comuni spesso sono refrattari a "perdere potere", ha concluso Spini, ma se questo significa non decidere occorre attuare strategie alternative di cooperazione più efficace. Anche perché la città può essere un luogo privilegiato per risolvere la contraddizione ambientale. Le riviste, specie se radicate in alcune cittadine, possono dare il loro contributo affinché il tema sia portato all'attenzione pubblica.

La redazione di Lettera internazionale, che partecipa all'incontro con la Direttrice, Biancamaria Bruno, recentemente ha concentrato il suo interesse sulla città, avvalendosi di prestigiose collaborazioni per la realizzazione di dossier e interviste. La città è un tema trasversale: studiosi diversi si cimentano da anni alla ricerca di categorie teoriche o pratiche, in Europa e non solo. Le riflessioni della statunitense Saskia Sassen su reti e postmodernità, ad esempio, comparvero in Lettera internazionale all'inizio degli anni Ottanta. Sui concetti di metropoli, megalopoli e oltre-città il dibattito è oggi vivace. L'invito di Biancamaria Bruno è volto a cogliere una visione più teoretica e intendere l'urbano, con Eliot Weinberger, dal punto di vista simbolico: quello che la città significa, ciò che rappresenta, il valore della città, che sia un luogo o un non luogo. La metafora migliore della città antica è il grattacielo: la società urbana era costituito da strati sovrapposti e gerarchici che erano immaginati arrivare fino al cielo. Franco Farinelli in termini geografico-politici, rispetto alla città metaforica, ha menzionato quella di Babele, da dove l'arciere scoccò la sua freccia verso le altitudini celesti per provocare la divinità. Il rapporto tra mondo e oltremondo è sempre verticale e, come insegna Michel Foucault, esplicita le relazioni che l'uomo istituiva per la sua formazione culturale: il valore simbolico della città si fondava sul significato dei legami politici - orizzontali e verticali - tra cittadini e non cittadini. In questa Italia che pare sempre più "sull'orlo dell'abisso" si stanno creando nuove città, in cui le relazioni si fanno virtuali, alle quali possiamo dire di appartenere, essere cittadini, anche senza vivere in città, ma collegandoci in rete. Questa città virtuale, si chiede Bruno, può essere considerata una nuova città simbolica?

Franco Farinelli (Ordinario di Geografia - Università di Bologna) ha proposto di superare il concept topografico di civilizzazione urbana. La definizione occidentale di città è molto recente: dagli illuministi del Settecento la città è stata una collezione di edifici e di strade. Ma non è sempre stato così.  Aristotele concepiva la città come una maniera che gli uomini avevano trovato per inseguire la felicità; più tardi Torquato Tasso rinuncia alla felicità ma continua a definire l'urbano "il luogo in cui si vive meglio che in campagna". Sarà Giovanni Botero a riflettere per primo sulla città in termini politici, come radunanza d'uomini. Con il Seicento entra in campo la topografia: la città diventa quella delle mappe, non più nella realtà. Per Farinelli la virtualità impone l'uscita dall'immiserimento della definizione di città. Occorre recuperare la multidimensionalità del fenomeno urbano, oppure sarà difficile superare l'attuale crisi verticale dell'urbanistica così come l'abbiamo concepita. Lo stesso concetto di area metropolitana è ossimorico: la città non è mai stata una superficie. Matrici simboliche come queste quando non sono consapevolmente assunte falsificano qualsiasi possibilità di comprensione. Il problema va posto in termini radicali: il regime topografico-spaziale di definizione del mondo è in crisi, la città si configura come l'ambito al cui interno si può pensare la nuova configurazione del mondo, se non si capisce questo ogni progetto è votato all'ingenuità.

Martinotti, riprendendo la domanda di Bruno, ha notato che già i greci distinguevano tra polis spirituale e costruita. Passare da dentro a fuori le mura per i romani era un atto simbolico. Il problema dunque è antico. Un tempo, però, si potevano identificare chiaramente i confini (simbolici e non) della città. Cosa ha sancito lo sgretolarsi di questa divisione tra "dentro" e "fuori" le mura? L'affermazione di nuove funzioni sociali, di mobilità e informazione, che hanno permesso agli stili di vita urbani di essere ovunque. La revisione generale di tutti i concetti relativi all'urbano è certamente un compito olimpico. La Commissione CSS intende evidenziare gli equivoci più gravi, per i quali il concetto di territorio rischia di essere assunto dai policy makers in modo ingenuo e acritico.

La città metropolitana come fascio di modelli immateriali, ha concluso Farinelli, come cultura e capacità di manipolazione simbolica differente dalle altre e specifica, è un livello da cui ripartire per comprendere e progettare le nuove strutturazioni urbane. Nell'area bolognese prima che sui flussi materiali la contraddizione si produce e si colloca a livello di riconoscimento immateriale, capacità di manipolazione simbolica e eterogeneità: la partita anche politica, istituzionale, ambientale, si gioca su questo piano.

 

[1] G. Martinotti, a cura di, 1999, La dimensione metropolitana. Sviluppo e governo della nuova città, il Mulino, Bologna.
[2] L. Wirth, 1938, Urbanism as a Way of Life in «The American Journal of Sociology», Vol. 44, No. 1, pp. 1-24.

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