Le basi sociali della regolazione

Documento di lavoro presentato da Arnaldo Bagnasco al seminario annuale di Stato e Mercato il 5 giugno 2009
(schema della relazione)



1. Stato e Mercato dai suoi inizi (1981) si è dedicato allo studio comparato delle forme di regolazione dei diversi capitalismo nazionali. Si può anche dire che eravamo interessati ai «contratti» o «compromessi sociali» del dopoguerra, a come le differenze di interessi di grandi categorie sociali trovano forme istituzionalizzate di espressione e ricomposizione per prevenire o comporre conflitti, mantenendo insieme l'economia lungo un sentiero di crescita.
In quegli anni i «trenta gloriosi» sono alle spalle, si sono già manifestati problemi per l'economia, e inizia l'epoca della deregolazione: noi manterremo l'idea che sono necessarie e si possono trovare forme di regolazione istituzionalizzate in grado di ottenere buoni risultati insieme di crescita economica e coesione sociale anche in condizioni che cambiano, e riconoscendo l'utilità del mercato.
Le difficoltà dei modelli di regolazione sono un aspetto della fine del capitalismo organizzato, ma più in generale usciva allora definitivamente di scena la società industriale ( in Italia, in ritardo, si era registrato il massimo di occupazione nell'industria già dieci anni prima nel 1972: 39,3%). In seguito non è stato più facile trovare un'idea di società che potesse fare da sfondo sicuro e stabile  a schemi di regolazione. Qual è la società da regolare? Questo è il tema che ho chiamato «le basi sociali della regolazione», e che riguarda in certo senso il lato più sociologico del nostro programma. Rispetto al passato, le difficoltà sociologiche di base per decifrare i problemi di regolazione si trovano nella trasformazione delle classi sociali: in un certo senso siamo orfani delle classi sociali. Non perché siamo in una società senza classi, ma perché ci sono «classi senza società» (Dubet, 2006). Le più complicate e differenziate «disuguagliane strutturali» di oggi (termine di R.Crompton, 1993) non arrivano a definire chiare linee di frattura e vaste aggregazioni omogenee di interessi, e dunque con relative opportunità di regolazione concertata.

2. L'espressione «basi sociali della regolazione» è ambigua, perché la società da regolare è anche conseguenza della regolazione. La stratificazione è profondamente plasmata anche da istituzioni, in particolare, ma non solo, dai sistemi di welfare-state; per i nostri scopi è dunque necessaria una teoria  istituzionale della stratificazione ( nel senso di Esping Andersen, 1993: il suo modello dei Three worlds of welfare capitalism ne era stata una anticipazione, comparsa in una versione iniziale su Stato e Mercato).
La forma che assume la società non è dunque esito automatico dello sviluppo del capitalismo e del gioco di mercato,  ma risente degli effetti di diverse policies: a grandi linee possiamo ricostruire in questa chiave gli effetti di stratificazione del capitalismo regolato, come termine di partenza della trasformazione oggi in corso.
Una immagine sintetica diffusa a questo riguardo, che richiede però una attenzione critica, è la crescita progressiva delle fasce centrali della stratificazione.
Negli Stati Uniti la cura e la crescita della middle-class è un progetto esplicito tradizionale, con fasi anche caratterizzate da importanti interventi di regolazione redistributiva: negli anni Trenta e Quaranta si verifica una drastica diminuzione della disuguaglianza sociale ( la Grande Compressione di redditi e condizioni di vita, documentata da C.Goldin e R. Margo, 1992), che poi persisterà sino ai primi anni Settanta (Krugman, 2009.132). Una cultura più individualista, un sistema politico poco strutturato in relazione al cleavage di classe, e tradizioni dell'organizzazione economica restano però elementi persistenti di fondo che spingono in direzione di assetti più regolati dal mercato, e di un contratto sociale più individualista, orientato a diffondere la prospettiva di accesso a standard di consumi personali crescenti, e di servizi offerti sul mercato. Usando la metafora del progetto, possiamo definirlo di de-radicalizzazione o sradicamento del conflitto di classe (O. Zunz, 2002).
In Europa, una espressione per indicare le strategie di regolazione e integrazione sociale può essere invece  istituzionalizzazione del conflitto di classe; nella tradizione politica il cleavage capitale-lavoro è qui riconosciuto nell'organizzazione dei partiti, e interessi definiti su questa base si confrontano e scontrano nell'arena sindacale e politica. Ne deriva una regolazione più costruita politicamente. Nel discorso politico e nella elaborazione delle politiche il miglioramento di condizioni della classe operaia non confluisce nell'idea di un contratto per una società di middle-class, ma spesso sono categorie di ceto medio ad accedere a facilitazioni o essere protette, e comunque con il tempo nella stratificazione gli operai diminuiscono di peso. Anche in Europa dunque, in modi diversi,  la crescita delle fasce intermedie come effetto di stratificazione è stata riconosciuta e anche più o meno esplicitamente voluta.
Osservando più da vicino, possiamo dire che in entrambi i casi, sono in effetti progressivamente migliorate, per una parte molto rilevante della popolazione, condizioni di vita, livelli dei consumi, sicurezza, protezione per la vecchia e le malattie, accesso all'istruzione; l'immagine della moyennisation tuttavia tende a nascondere, in entrambi i casi,  differenze importanti di reddito, livello e qualità dei consumi, accesso all'istruzione sia all'interno delle fasce centrali, sia in rapporto alla classe operaia o al ceto popolare. Sta di fatto comunque che gli esiti del primo tipo sono stati importanti e non vanno sottovalutati, a vario titolo, nell'interpretare le basi sociali della regolazione: nel periodo, quote consistenti della popolazione (60% in Italia) arrivano a considerarsi parte di un «ceto medio», qualsiasi cosa voglia dire per chi risponde.

3. Il tema delle classi medie merita una digressione sul caso italiano. Non solo per il loro peso (la scoperta di Sylos Labini, 1974); ma anche perché si capisce molto di sviluppo e regolazione della società italiana osservando la loro composizione e funzione. Due momenti analitici possono essere ricordati. Il primo è il modello dei ceti medi nei meccanismi del consenso di Pizzorno (1974), insieme schema di intelleggibilità della regolazione nel caso italiano e contributo di analisi istituzionale della stratificazione ante litteram. Il modello mostrava la mobilitazione individualistica, su impulso politico, di categorie del ceto medio tradizionale e della funzione pubblica, sostenute e fatte crescere senza riferimento alla loro efficienza economica e amministrativa; questo in funzione di controllo sociale, in un paese dove gran parte della classe operaia era rappresentata dal più forte partito comunista dell'Occidente. La mobilitazione sostenuta politicamente, già allora individualizzante, accomunava ceti medi e categorie di lavoratori e popolari precarie.
Successivamente, sono  ricerche rilevanti di analisi istituzionale della stratificazione quelle sui distretti industriali e i loro assetti sociali, che  individuavano una mobilitazione locale e regionale attivata da piccoli imprenditori e artigiani, per una economia essenzialmente regolata dal libero mercato, ma compensata e sostenuta da culture e modelli politici locali congruenti; le ricerche mostravano classi medie capaci di attivare sviluppo, mobilità e integrazione sociale, e nuovi tipi di operai, con modi specifici di orientarsi all'azione sindacale e politica. Le ricerche sul decentramento produttivo e i distretti industriali hanno reso percepibile in Italia il processo di differenziazione dell'economia, allora ai suoi inizi.
Una conclusione che si può trarre, probabilmente generalizzabile, è che il posto che le classi medie si trovano o che viene loro affidato nella società è un aspetto decisivo per comprendere sia grandi ostacoli, sia rilevanti risorse per lo sviluppo e l'integrazione sociale. Guardare nel mezzo della scala è dunque una prospettiva strategica di una analisi istituzionale della stratificazione; la conclusione tratta dal caso italiano può essere una ipotesi da mantenere, mettendola alla prova nell'analisi della nuova fase, anche in analisi comparate.

    4. Gli anni della de-regolazione hanno avuto effetti rilevanti sulla stratificazione. Una questione del ceto medio, diversamente definita con termini cha vanno da semplice malessere a proletarizzazione, è andata crescendo nel tempo, sino a manifestarsi con più forza a cavallo del nuovo secolo, in tutti i paesi sviluppati; negli Stati Uniti, in un saggio-manifesto, Krugman (2003) chiede «siamo ancora una società di ceto medio?», denunciando l'enorme balzo dei redditi più alti, il ristagno di quelli nel mezzo, la perdita della spinta inclusiva delle politiche precedenti. In Francia Chauvel (2006) parla addirittura di «classes moyennes à la dérive». Ma cose analoghe si sentono in Italia e in altri paesi. Alcune immagini sintetiche sono certamente esagerate, e all'interno delle classi medie esistono poi posizioni differenziate. La questione del ceto medio  è comunque la spia  più evidente che i vecchi contratti sociali e i loro progetti sono in difficoltà.
A questo punto, si consolida un'idea degli effetti del capitalismo de-regolato, che individua tendenze che toccano la stratificazione nel suo insieme, e che tende a sostituire quella precedente.
Una crescente differenziazione strutturale  dell'organizzazione economica e una spinta all' individualizzazione delle condizioni di lavoro e di vita  sono i due processi che hanno complicato la stratificazione nella nuova fase di de-regolazione dell'economia, vale a dire nella quale è cresciuta la regolazione affidata ad automatismi di mercato. Non si tratta di fenomeni del tutto recenti, ma nel periodo questi si sono radicalizzati.
La differenziazione dell'organizzazione economica, industriale e dei servizi, differenzia  anche diverse figure di dipendenti, imprenditori, lavoratori più o meno autonomi. Il mercato più veloce richiede adattabilità continua e possibilmente mani libere sul mercato del lavoro. L'economia tende dunque a produrre nuova individualizzazione, in due direzioni: sia nel senso di Durkheim, vale a dire della maggiore diversità, professionalità e responsabilità personale nelle funzioni; sia in quanto produce anche attività dequalificate, precarie, in carriere non cumulative di esperienza.
Si delinea allora, questa la nuova immagine, la tendenza di divaricazione sociale fra chi ha risorse di base e poi cumulate progressivamente per partecipare con successo al nuovo gioco di mercato, e chi tende a esserne escluso per la mancanza iniziale di risorse e per rimanere invischiato in attività precarie che non ne generano nel tempo. Le politiche eccessivamente liberiste e il ridimensionamento delle protezioni di welfare-state si sommano. La perdita di sicurezza e di una precisa identità professionale sono gli aspetti più significativi delle condizioni sociali squilibrate. Per indicare questi effetti individualizzanti di stratificazione Robert Castel (2009) distingue «individui per eccesso» e «individui per difetto». Anche questa, specie quando chiama in causa diritti di cittadinanza sociale concessi o negati, è analisi istituzionale della stratificazione.
La tendenza alla polarizzazione dei redditi sembra in crescita praticamente in tutti i paesi ( ILO, World of Work Report 2008). Questo potrebbe essere considerato un dato a sostegno della tesi dei due modi di individualizzazione. Gli insiemi degli individui per eccesso e per difetto sono tuttavia costituiti da una grande varietà di figure e condizioni, e non costituiscono di per sé basi sociali della regolazione chiare e distinte. Siamo in presenza di una tendenza di grande significato, ma si tratta anche di un cleavage sociale non facilmente ordinabile in mancanza di ulteriori mediazioni analitiche.
Si può allora osservare, anzitutto, che le tendenze di polarizzazione, giustamente individuate in relazione a due tendenziali forme di individualizzazione, continuano a richiedere, per essere meglio comprese, analisi delle disuguaglianze strutturali, relative alla divisione sociale del lavoro: e ciò anche se si tratta di insiemi più frammentati e meno capaci di esprimere identità chiare, allargate e strategie ricomposte; la possibilità di modellizzare in termini generali una regolazione istituzionalizzata si confronta con la difficoltà di «classi senza società», per tornare alla formula di Dubet: questo è anzi per noi che siamo in cerca di nuovi contratti sociali il significato più diretto della formula.  La crescente differenziazione delle professioni, la quantità di figure contrattuali che cercano di regolare rapporti non convenzionali di lavoro, figure incerte fra lavoro autonomo e dipendente non escludono la rilevanza della stratificazione in termini di divisione sociale del lavoro, che però diventa più complicata e incerta nei suoi effetti per questioni di regolazione. L'allineamento di interessi e i modi di concertazione tendono a essere «localizzati», vale a dire definiti in contesti di organizzazione sociale dell'economia specifici e differenziati, selezionati dai diversi attori perché funzionano come regolatori « locali». Quanto queste siano di ostacolo, o siano risorse per forme di regolazione più complessiva è la questione per i problemi di integrazione sistemica in epoca di regolazione differenziata.
Una seconda osservazione riguarda il fatto che le disuguaglianze strutturali non sono più riducibili alla sola posizione nella divisione del lavoro. Questo complica i problemi, ma è necessario ricordarlo, per conseguenze che certo ha sulla regolazione. Alla base c'è la questione, che molti in modi diversi si sono posti, se il lavoro continui a essere la dimensione istituzionale centrale della società. Una delle più recenti e complete  formulazioni in senso positivo della tesi è in un bel libro di M. Lallement (2007), ma qui ricordo una critica di M.Piore (2009), che appunto gioca a complicare il quadro. Il suo punto fondamentale è che a partire dagli anni Settanta, le pareti tra economia e società sono diventate porose. Si sono diffusi nuovi attori collettivi fondati su identità più sociali che economiche, come il genere, la razza, l'etnicità, l'età, l'handicap, l'orientamento sessuale. Le azioni che questi attori collettivi pongono in essere - continua Piore, arrivando al punto per noi di diretto interesse - ottengono leggi che si applicano direttamente nei luoghi di lavoro, e hanno conseguenze sulla governance delle imprese, si organizzano nei luoghi stessi di produzione, e assumono funzioni una volta riservate ai sindacati. La tesi generale che sta a monte è che il lavoro non è più una attività chiaramente definita e separabile dalle altre. Il lavoro continua certamente a esistere, ma non più nel senso che aveva nel mondo industriale.
Per chi si pone problemi di regolazione, la società dopo la società industriale sembra complicare nel tempo i problemi. Per i nostri scopi, in cerca di nuovi strumenti di regolazione, abbiamo bisogno di punti di osservazione che permettano di considerare, insieme e da vicino, livelli di efficienza economica e qualità della cittadinanza sociale, effetti di sviluppo e effetti di coesione sociale, e che ci permettano di individuare punti dove fare leva. In altri termini, abbiamo bisogno di migliorare la nostra comprensione differenziale degli effetti di stratificazione in relazione a cleavages strutturali e concertazioni localizzate che prendono forma in modi anche inattesi, e comunque nell'interazione; per non disperderci, sarà necessario cercarli in processi precisati e rilevanti di riorganizzazione dei capitalismi contemporanei, già sapendo che effetti di processi diversi si incrociano, che non sarà facile trovare modelli semplici, capaci di spiegare molto, e che sono da evitare sintesi premature. Dove, in quali contesti, tematizzare in modo più analitico le tendenze diffuse all'individuazione per eccesso e per difetto? Allo stesso modo anche, dove tematizzare la crisi del ceto medio, come spia della crisi di vecchi compromessi sociali e via di ingresso alla comprensione delle nuove forme di divisione del lavoro, e alle complicazioni della società porosa di Piore?  

       5. Si possono individuare diverse direzioni di indagine, ma per rispondere alle domande preliminari ora formulate propongo in conclusione di considerare tre processi nella dinamica dei capitalismi di oggi e della loro organizzazione sociale, che mi sembrano di notevole significato per chi vorrà sviluppare con un certo ordine la conoscenza analitica delle basi sociali della regolazione,  in cerca di nuovi contratti sociali.
[a] Regolamento di conti fra finanza e economia reale. Dopo la fase disordinata di finanziarizzazione dell'economia, quando creare rendite finanziarie era obiettivo più remunerativo rispetto a quello di produrre valore aggiunto, ci aspettiamo una rivincita dell'economia reale. La finanziarizzazione dell'economia è stato il tema del precedente seminario di Stato e mercato, dal quale è anche derivato un libro di Ronald Dore (2008) che costituisce per noi un buon punto di partenza: è un'analisi delle conseguenze economiche sino alla recessione, ma anche di assetti di organizzazione sociale dell'economia. In prospettiva storica, delinea il passaggio da un capitalismo manageriale, caratterizzato da proprietà dispersa e forte potere di manager orientati al rendimento sul lungo periodo e all'efficienza organizzativa, a un assetto caratterizzato nuovamente da maggiore concentrazione e presenza nelle decisioni di proprietari privati e istituzionali, che orientano i criteri di gestione, di selezione e di controllo dei manager alla prospettiva del massimo possibile di valorizzazione finanziaria sul breve periodo. Conseguenze di un riequilibrio potranno essere: minore volatilità e rapidità dei processi economici, meno corrosivi del tessuto sociale; contenimento della crescita delle disuguaglianze di reddito, anche se un potente fattore di disuguaglianza strutturale è legato al progresso tecnologico, che tende a separare lavori ad alta e bassa professionalità   ( l'evoluzione della divisione del lavoro negli adattamenti resta dunque un tema da integrare nell'analisi del processo di  ritorno del capitalismo di produzione );  freno alla attrazione di giovani di maggior talento da parte del settore finanziario -ampiamente parassitario- sottratti agli altri settori, compresa la funzione pubblica, sempre più impoverita di capitale umano; freno allo spreco di fiducia nelle istituzioni e interpersonale, ovvero alla perdita di capitale sociale come risorsa di coesione.
La conclusione su questo primo punto è che i conflitti, gli adattamenti, i compromessi che si giocheranno nel regolamento di conti fra finanza e produzione sono di grande rilevanza per seguire l'andamento delle nuove disuguaglianze strutturate, e del loro modo di rappresentarsi. Come si assesteranno gli equilibri dopo che Obama promette che i mercati finanziari non saranno più la metà dell'economia americana?
[b] Ridefinizione dei confini fra Stato e mercato nella regolazione dell'economia.  Qui siamo più vicini alla nostra tradizione di Stato e mercato, e al riguardo seguiamo costantemente l'evoluzione delle cose. Un'ottica di lungo periodo permetterà di valutare bene le novità. Non si tornerà indietro al modello del capitalismo organizzato della società industriale, ma è distante anche l'epoca del ritorno del mercato, del quale oggi sono acquisiti i meriti, ma anche sono in questione le autonome capacità regolative. Una formula politica usata di frequente per ridefinire i confini è «economia sociale di mercato», che in realtà può volere dire cose diverse, ma che allude comunque a un ruolo maggiore dello Stato e implica  la ricerca di un nuovo compromesso sociale.
Il modo in cui è definito sopra questo punto [b] è generico; proviamo a precisarne così il significato: il cleavage pubblico-privato nella divisione del lavoro è rilevante per individuare basi sociali e assetti della regolazione; effettivamente questo influenza molto oggi temi e allineamenti politici. Un punto di confronto per apprezzare novità rispetto al passato può essere il modello proposto da Peter Berger a metà anni Ottanta, a suo modo nella prospettiva istituzionale della stratificazione; il modello distingueva due middle-classes (nel significato ampio del termine negli Stati Uniti), ognuna stratificata al suo interno. Fanno parte della prima imprenditori, professionisti, dirigenti e impiegati dell'industria e del commercio, produttori e distributori di beni materiali; appartengono alla seconda gli occupati nel sistema educativo, nei settori dei mezzi di comunicazione, della consulenza e assistenza. La prima vive a ridosso del mercato con i suoi meccanismi di regolazione, la seconda più a ridosso dello Stato e dei meccanismi redistributivi; chi appartiene alla prima è interessato a una minore tassazione e a contenere la spesa pubblica, che sottrae risorse agli investimenti produttivi; gli altri sono interessati all'allargamento delle proprie funzioni, in  condizioni in cui non c'è verifica diretta di costi e efficienza. In Italia una variante semplificata di quella distinzione è poi emersa nel discorso politico con l'opposizione fra  «popolo delle partite Iva» e dipendenti pubblici.
Confrontarsi con questo modello, per precisarlo e aggiornarlo, individuandone figure, adattamenti, modi di contrattare, forme di regolazione, può essere una utile sperimentazione di ricerca. In epoca di de-regolazione, aveva buon gioco chi era collocato sulla prima sponda del cleavage; chi era sull'altra ( non solo i dipendenti pubblici, ma anche figure di professionisti, imprenditori privati, membri di associazioni no-profit, ecc.),  si trovava in posizione di difesa. In Italia peraltro le capacità di resistenza di chi opera a ridosso della spesa pubblica erano anche prima forti, e in molti casi fonte di inefficienza; oggi i giochi si riaprono in condizioni nuove.
La conclusione su questo punto è che osservare le tensioni fra «gente del pubblico» e «gente del privato», in giochi che confondono anche allineamenti più propriamente di classe, tocca le basi sociali della regolazione nel punto strutturale più direttamente connesso ai nuovi problemi di regolazione sistemica e sociale.
[c]  Riorganizzazione di economia e società nello spazio. I processi di organizzazione economica e sociale nello spazio sono stati sottovalutati in passato nello studio della regolazione. In realtà sono un aspetto rilevante della differenziazione economica e sociale. Il nuovo ruolo delle città e l'evidenza di sistemi locali differenziati di diverso livello, dove risorse adatte e produzioni di beni e servizi specializzati si organizzano per i mercati esterni con buoni risultati economici, insieme al fatto che spesso si ottengono effetti significativi di coesione sociale, mostrano che i ricentraggi locali e regionali di economia e società - nella difficoltà di regolazione dei sistemi nazionali - sono fenomeni rilevanti, sia per capire la continua ‘fabbrica' di sviluppo e coesione in situazioni differenziate, sia come risorsa per nuovi assetti complessivi.
Il processo attira attenzione anche per la generazione di specifiche disuguaglianze: l'ipertrofia urbana concentra anche i fenomeni della disorganizzazione sociale, esistono aree che non trovano un loro ruolo nel gioco complessivo, si sviluppano tensioni fra aree. Bisogna capire e monitorare da vicino l'organizzazione delle società e i compromessi sociali che vengono elaborati in società locali, dove si selezionano e metabolizzano tendenze più generali e astratte della divisione del lavoro, e dove si definisce un welfare locale, contrattato a misura di necessità e risorse localizzate. Le disuguaglianze strutturate e la loro eventuale composizione sono significativamente diverse nelle diverse società locali. Struttura, ma anche percezione delle disuguaglianze prendono forma specifica nei tessuti di relazione localizzati, e questo può spingere a compromessi locali, peraltro anche opponendo eventualmente in modo aggressivo o difensivo la società locale a società esterne, anche qui con allineamenti che confondono le classi sociali. Si definiscono così cleavages fra regioni, che richiedono regolazione da parte dello Stato, come anche nascono tensioni fra Stato e governi locali nelle competenze di regolazione. Si tratta di tendenze generalizzate, che in Italia assumono una valenza particolare perché è in corso una trasformazione in senso federale del sistema nazionale.
La conclusione su questo punto è che senza capire i ricentraggi dell'organizzazione sociale e le nuove tensioni regionali sfuggirà molto delle nuove disuguaglianze strutturate, ma anche di opportunità per compromessi sociali.



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